FDM #2 – LIZ VS JENNIFER: IL DIAVOLO E L’ACQUA SANTA 

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LIZ VS JENNIFER: IL DIAVOLO E L’ACQUA SANTA

Lì per lì rimasi senza parole, la rabbia che Jennifer mi riversò contro fu qualcosa di impressionante. Rimasi qualche minuto in silenzio, non mi aveva ancora detto il perché di tutta quella scenata, ma in cuor mio già lo sapevo, anche se speravo con tutta me stessa di non averla infettata. Ma speravo invano.
«Parla, Jennifer. Che ti è successo?» insistetti sulle spine. Volevo che parlasse, che mi raccontasse esattamente cosa le era successo.
«Tu, animale. Mi hai rovinato la vita, e lo sai già il perché. Non fare tanti giri di parole», mi sbraitò contro.
«Spiegamelo!» soffiai in un ordine. Jennifer sapeva essere estremamente odiosa anche nei momenti meno opportuni, ero lì per aiutarla in fin dei conti.
«Tu sei un mostro. Ti ho vista, e mi hai attaccata. È il tuo morso quello che ho sul fianco non quello di un cane come continua a dire Sophie. Io lo so che sei stata tu», sputò tutto d’un fiato. Tutto ciò significava che le erano tornati tutti i ricordi e, chissà perché, la cosa non mi piacque per niente.
«Già. Sono stata io», confessai colpevole abbassando lo sguardo. Incrociai le braccia sotto il petto e con un piede iniziai a giocare con un pezzo di carta sul pavimento.
«E allora perché Sophie non mi crede? Eravamo insieme quand’è successo!» ringhiò Jennifer furibonda scoppiando nuovamente a piangere.
«Perché lei non ha più ricordi di quella sera.»
«Cosa diavolo stai dicendo?» domandò con un lamento liberandosi dei ciuffi biondi che si erano appiccicati alla sua fronte.
«Intanto alzati da quel gabinetto e datti una sistemata allo specchio. È già problematico parlarti di questa cosa, se in più mi guardi ridotta in questo stato, lo è ancora di più», le dissi prendendola per un braccio e trascinandola davanti allo specchio. Jennifer si divincolò intimandomi di non toccarla. Io mi appoggiai al lavabo di fianco al suo.
«Ascoltami senza interrompermi, poi sfogati pure come ti pare, ma prima devi ascoltare tutto quello che ho da dirti», annunciai un po’ in tensione. Mi schiarii la voce passandomi la mano tra i capelli tirando indietro la frangetta nera.
«Parla, però. La tua presenza mi dà la nausea, dovresti saperlo», grugnì mentre si lavava il viso con l’acqua gelida.
«Punto primo: sono un licantropo, o lupo mannaro, come preferisci, non è importante», iniziai fissandola negli occhi da gatta. «Punto secondo: Sophie non ricorda nulla di quella sera perché vi ho ipnotizzate e vi ho riscritto la memoria.»
«Hai cominciato a drogarti, Elisabeth?» fece lei smorfiosa interrompendo il mio discorso. Arricciai la bocca e mi morsi un labbro a sangue. Io, quella non la sopportavo proprio.
«Fammi finire di parlare prima di onorarmi delle tue battute sceme.» Lei si ammutolì rossa in viso. «L’unica differenza tra te e la tua amichetta Sophie è che tu hai un bel morso sul fianco. E sono stata io. Questo è un grosso problema, Jennifer, perché, per tua sfortuna, ti ho infettata. Per questo hai ricordato. Diventerai esattamente come me. E non credere che sia contenta di tutto questo. Per quanto stronza tu sia, e per quante lezioni meriteresti, non avrei mai fatto di proposito una cosa del genere», le spiegai con enfasi. Vidi Jennifer rizzarsi e con quei suoi occhi azzurri da cerbiatta mi fissò. Se avesse avuto lo sguardo laser di Superman mi avrebbe incenerita seduta stante.
«Dimmi. Mi stai prendendo per il culo, Elisabeth?» domandò in preda ad una crisi di nervi.
«Calmati! Non è uno scherzo. È la pura verità. Per di più, a mia insaputa, ho creato un Imprinting con te, ciò significa che saremo legate fino al momento della tua trasformazione. Non so ancora bene che significhi, ma credimi che non ne sono per niente entusiasta», conclusi incrociando nuovamente le braccia. Jennifer si piazzò davanti a me, sembrava una psicopatica da quanto era sconvolta, se avesse tentato di uccidermi annegandomi nell’acqua di un water non mi sarei sorpresa. Si portò le mani ai fianchi spostando il peso del corpo su una sola gamba, quell’atteggiamento la faceva sembrare così superficiale e poco credibile.
«Sappi che non voglio avere niente a che fare con te. Già mi risulta difficile credere e accettare tutto quello che mi hai raccontato, figuriamoci se, tra le altre cose, devo anche farmi vedere in giro con te o roba simile», mi disse dandosi tante arie da creare quasi un tornado. Io sbuffai intollerante a quell’atteggiamento così infantile. Non che mi andasse di diventare sua amica, amica per modo di dire, sia chiaro, ma il danno ormai era stato fatto e sapevo che avrei dovuto tenerla d’occhio, nel bene e nel male. Ma da parte sua, Jennifer non mi dava nessun aiuto anzi, l’avrei mandata a quel paese senza tanti complimenti abbandonandola al suo destino, ma i sensi di colpa che avevo per aver combinato tutto quel casino erano troppo grandi e non l’avrei mai lasciata in balia di se stessa.
«Fa’ come credi, Jennifer. Ti dico solo che la licantropia non è una malattia e se pensi di guarire, ti sbagli di grosso. Ormai il tuo destino è segnato. L’ho segnato io se vogliamo rigirare il coltello nella piaga, ma ricordati che ti trasformerai anche tu, prima o poi», le dissi poi mi zittii. Jennifer rimase titubante per qualche secondo, sembrava riflettere su quello che le avevo detto, mi ero quasi messa a sperare che in quella ragazza, in fondo, esistesse un po’ di buon senso, ma avevo pensato male.
«Va’ all’inferno, Elisabeth. Ti sto odiando più di prima, sappilo. Io e te non potremo mai andare d’accordo, lo sai meglio di me», sbottò riprendendosi la borsa firmata che aveva distrattamente lasciato nel bagno dove l’avevo trovata. Mi regalò l’ennesima occhiataccia e se ne andò sculettando nella sua minigonna nera.

Metamorphosis, Capitolo XV

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